E lo chiamarono Bersani
A mio avviso, nessuno dei tre candidati alla Segreteria del Partito Democratico possedeva, singolarmente, i giusti requisiti per cambiare la situazione. Soltanto prendendo un po’ dall’uno e un po’ dall’altro si sarebbe potuti arrivare, con una buona dose di immaginazione, al candidato ideale: operazione ovviamente impossibile, ma non priva di alcuni spunti di ragionamento, magari futuro.
Inutile, ora, scendere nel dettaglio: il dado è tratto, e Bersani è legittimato a guidare il principale Partito d’opposizione sino al prossimo Congresso. Sarà lui a dover dimostrare intelligenza politica e capacità d’azione; sarà lui a dover risolvere le ingombranti questioni interne al Partito; sarà lui a doversi buttare nuovamente nella società civile – quella vera-, capirne i problemi, ascoltarne preoccupazioni e domande, fornire le risposte più adeguate. Un compito sicuramente arduo, di cui solo il tempo ci mostrerà i risultati.

Bersani e Veltroni
Se è vero che il neo Segretario rappresenta una determinata, e non troppo condivisibile, corrente partitica, è vero anche che – stando alle intenzioni – la sua guida dovrebbe consentire al Partito Democratico un piccolo passo indietro sulla questione alleanze esterne. Il punto è cruciale, e Bersani ha in mano un’occasione che non sarebbe opportuno buttare alle ortiche, benché non tutto dipenda direttamente da lui.
In questo senso, la prima tappa è Di Pietro: ultimamente l’ex magistrato è stato in grado di smuovere tante coscienze, di portarle in piazza, di amalgamarle in un unico pacchetto di “valori”. La quantità, in progressiva crescita, di consensi ottenuti dimostra esattamente questo: Di Pietro ha intercettato molto bene la frustrazione, il dissenso, la richiesta politica di una vasta fascia di elettorato; Di Pietro ha costituito il serbatoio principale dei voti di protesta, non solo nei confronti del sistema berluscocentrico, ma di tutto quello berlusconiano (nel quale rientra a pieno titolo anche il PD). Ma la consistente quantità di demagogia, il sistema (stavolta) dipietrocentrico che contraddistingue l’Italia dei Valori, e l’ideologia liberal-conservatrice, sono elementi che non giocano assolutamente a favore di un serio discorso di sinistra, o quantomeno socialdemocratico.
In tutto questo, il nuovo leader Democratico dovrebbe prendere esempio da Di Pietro, ma – in contemporanea – prenderne le distanze. Dovrebbe cioè riportare a sinistra certe tematiche, e soprattutto riportare a sinistra la gente di sinistra, interrompendo il monopolio virtuale che attualmente detiene l’ex-magistrato, coadiuvato – sebbene con una sfumatura differente – da Beppe Grillo.
In quest’ottica, probabilmente, una mano potrebbe arrivare da un’alleanza con la cosiddetta sinistra extraparlamentare, a condizione – però – che essa intervenga seriamente sulla sua patologica frammentazione, e che limi gli aspetti meno moderni e costruttivi della sua offerta politica.
La politica non si fa di certo né con i se né con i ma. Il correntismo del Partito Democratico, e la presenza di visioni completamente opposte in riferimento ad alcuni – ed importantissimi – temi, complicano non poco le strategie della nuova Segreteria. Alcuni hanno già annunciato il proprio addio, altri lo faranno in futuro, dimostrando che forse, in fin dei conti, il progetto veltroniano di un calderone indistinto di idee ed esperienze non può funzionare. Almeno nell’Italia contemporanea.
Dispiace che lo stesso Veltroni si ostini a pensarla diversamente: dopo aver pubblicamente riabilitato Bettino Craxi*, ora si batte affinché scompaia ogni minima traccia di socialismo dal PD, e consiglia a Bersani di non stringere alleanze di nessun genere. Sbagliare è umano, e Veltroni sa bene quali tragici errori hanno contraddistinto il suo corso; perseverare è un rischio che nella fase attuale non si può correre, e forse l’ex Segretario – nonostante abbia il pieno diritto di difendere il proprio punto di vista – dovrebbe arrendersi al suo definitivo tramonto politico.
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*Walter Veltroni riabilita Bettino Craxi.

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