Nella “Russia” di Silvio
Un’asperità tale, nell’Italia repubblicana, non si era ancora vista; mai come ora l’infrangibilità dell’articolo 21 della nostra Costituzione ha vacillato così vistosamente.
Ci sono stati tanti episodi, in questi ultimi mesi, che hanno trovato nell’informazione il loro unico minimo comune multiplo. Non che la situazione precedente brillasse di luce immacolata, sia chiaro; ma a partire dalla questione-veline, dalle dichiarazioni di Veronica Lario e dalle conseguenti cronache di cui ormai siamo a conoscenza, stampa e televisioni sono finite in un vortice di stampo politico senza precedenti.

Berlusconi e l'informazione
Per la prima volta dopo tanti anni si è notata una seppur flebile linea di demarcazione tra una certa corrente di pensiero e una certa altra. Si è notato, da parte di una determinata classe giornalistica, un ritorno di consapevolezza del proprio ruolo, del proprio mestiere: non più, o non solo, improntato alla polemica quotidiana, al pettegolezzo di Palazzo, alla sterilità di contenuti; non più, o non solo, alimentato dall’antipatia politica o personale nei confronti dell’uno o dell’altro personaggio. Tale stampa ha ritrovato la sua essenza, la sua ragione d’essere, in un elemento fondamentale di ogni democrazia: la domanda.
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Precisiamo: con questo non si vuole sottendere che in precedenza non esistessero dei giornalisti, non solo capaci, ma pronti e puntuali nel porre domande. Si potrebbero fare tanti esempi in questo senso, soprattutto in riferimento a numerosi professionisti che operano costantemente in rete. Anche giornali e televisione hanno offerto modelli validi di giornalismo: ma, da una parte, il monotematismo di certi personaggi – sommato al loro modo di porsi e alla complessità di certe questioni – ha creato simpatie e antipatie indipendenti dai contenuti trattati; dall’altra parte, la maggiore o minore propensione culturale del pubblico nei confronti di alcune tematiche, ha reso elitario quel genere di informazione.
Le domande poste da “La Repubblica” si sono presto trasformate in fenomeno nazionale, ed hanno sollevato delle questioni indipendenti dal loro contenuto letterale. E qui bisogna fermarsi un momento ed assegnare due punti alla iniziativa: uno a favore e uno contro.
Sul primo si ritornerà a breve; il secondo – invece – è semplice da sintetizzare dicendo che, probabilmente, se le domande avessero trattato argomenti diversi da Noemi, prostitute e cose simili (non gossip, sia chiaro, ma questioni gravissime in riferimento al ruolo e alla responsabilità di una carica pubblica) lo scalpore e gli effetti prodotti sarebbero stati minori. Detto in altri termini, temo che l’attenzione mediatica e su vasta scala che si è prodotta, sia dovuta principalmente alla curiosità – quasi maniacale e talvolta perversa – che quel genere di episodi ha suscitato e suscita nell’italiano medio.
Il punto a favore va alla scossa politica che l’intera vicenda ha creato, comprese le forti reazioni internazionali, gli appelli e le manifestazioni popolari: le domande, chiare e precise nella loro formulazione, e soprattutto la loro mancata risposta, da un lato hanno reso più palese la dinamica degli episodi (attraverso una sorta di silenzio-assenso del Presidente del Consiglio e attraverso le sue contraddizioni), dall’altro lato hanno evidenziato l’inesistente confidenza di Berlusconi nei confronti degli elementi democratici. Certo, non è la prima volta che questo accade; ma stavolta il fenomeno ha avuto dei contorni più evidenti e, probabilmente, è riuscito a creare ulteriori quesiti in certe menti. Quesiti di democrazia, inerenti alla responsabilità dei leader, alla loro trasparenza e coerenza, alla loro affinità con i principi democratici universali (libertà di espressione, informazione e stampa in testa).
Le polemiche che hanno riguardato (e continuano a riguardare) la RAI – dallo spostamento coatto di Ballarò in funzione di Porta a Porta, alla messa in onda di Annozero; dalla mancata copertura legale di Report, al contratto di Travaglio, sino ad arrivare alla presenza della D’Addario nel programma di Santoro – si possono inserire facilmente all’interno dello stesso contesto.
Secondo politici e quadri dirigenziali, l’informazione non gradita dal Palazzo, quella in grado di sollevare questioni scomode, quella che può convincere gli indecisi, si deve eliminare. Non importa se tale informazione dica la verità o se l’abbia sempre detta: quello che occorre contrastare veramente è la capacità di quel giornalismo di trovare le contraddizioni del non-pensiero, di unire logicamente gli elementi sicuri, di porre domande talmente retoriche che trovano la propria risposta nel loro essere oggettivamente irrefutabili. Quel giornalismo deve essere limitato attraverso dei filtri politici ben rodati, che non possono tollerare le voci fuori dal coro: è questa l’essenza della politica censoria di questo frangente storico italiano.
Sono quei filtri politici, che in RAI sono gestiti dai partiti maggiori, a rendere anomalo il “servizio pubblico”. Sono quei filtri politici a far apparire alieno quel modello di informazione – condivisibile o no, questo è un altro discorso – rappresentato da Santoro e simili. Sono esattamente gli stessi filtri che legittimano Berlusconi a non rispondere alle domande de “La Repubblica”.
Inutile sottolineare che gli attacchi all’informazione “alternativa”, chiamiamola così, uccidendo uno dei cardini della democrazia, giovano al sistema berlusconiano da un duplice punto di vista: agevolano la sua azione politica eliminando i “nemici”, e agevolano il suo impero finanziario e televisivo eliminando i concorrenti, in ascolti e in pubblicità. Un particolare non proprio trascurabile del tanto discusso conflitto di interessi del nostro Presidente del Consiglio.

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