Speriamo che sia suina
La perdita di fiducia nelle istituzioni, siano esse nazionali o internazionali, sta portando ad una sempre più crescente sfiducia nei confronti della scienza. Anche il mondo scientifico, ormai, viene inquadrato con una lente tutta politica che lo divide in schieramenti, sempre più opposti, sempre più nemici.
Come la politica, sembra che anche la scienza tenda ormai a seguire una strada frastagliata, curvilinea, incoerente. Una strada contraddistinta sempre più, e sempre più spesso, da dettami economici e finanziari. Un fenomeno vecchio, certo, ma reso sempre più visibile dalla globalizzazione delle informazioni e dai fatti di cronaca.
La diatriba internazionale che in queste settimane vede scontrarsi medici, scienziati e tanti altri personaggi più o meno competenti, è stata dominata da un unico elemento: la confusione. Sembra quasi che la questione dell’Influenza A faccia più parte di un’accesa e trasversale campagna elettorale piuttosto che di un serio discorso scientifico, indirizzato all’esclusivo interesse dell’intera umanità.
In uno scenario simile, solo determinati attori possono trarre vantaggi: i detentori di maggiore influenza politica ed economica. Non un buon segno per l’interesse collettivo. Il conseguente squilibrio di visibilità, inoltre, può provocare delle reazioni sproporzionate alla reale portata del problema: il catastrofismo da un lato, e il menefreghismo dall’altro, non risolvono di certo i numerosi enigmi racchiusi nell’intera vicenda.
Razionalmente, il passo più giusto da fare sarebbe quello di trovare un compromesso tra i tanti, troppi punti di vista, partendo essenzialmente dai dati oggettivi e da alcuni precedenti. Ma andare a fondo, selezionando le informazioni più serie e più “scientifiche”, è un lavoro arduo che non merita superficialità, né incompetenza. Tuttavia, come spunto per un ragionamento, segnalo alcuni punti non collegati tra loro (e, probabilmente, nemmeno collegabili): Continua a leggere…
Sotto a chi tocca
Il carnet dei papabili è molto ampio, e questa non può essere una novità. Ciò che appare nuovo, soprattutto dopo il caso Marrazzo, è che nel grande calderone occorre ora inserire anche i più insospettabili, i più “acqua e sapone.” Tutti, e forse anche qualcuno in più, quindi.

Piero Marrazzo
Di conseguenza, il “Tototrans” in corso in queste ore – oltre che inopportuno e abbastanza squallido – è politicamente inutile. Quando (e se) usciranno nuovi nomi e quando (e se) verrà accertata una qualche responsabilità pubblica di tali personaggi, allora si potranno muovere le giuste critiche e avanzare le proprie perplessità, sperando che saranno proporzionate alla funzione pubblica degli interessati. Ma prima che questo avvenga, a chi giova fare nomi? Soltanto al pettegolezzo e alle sempre sveglie malelingue, o c’è davvero in atto un primo cedimento strutturale di quel sistema – fatto di ricatti, favori, estorsioni – tanto paventato da qualcuno in questi ultimi giorni?
Nell’incertezza, la contingenza dovrebbe comunque spingere ad un allargamento del dibattito. Un’opinione pubblica seria, guidata magari da una classe giornalistica altrettanto seria, dovrebbe lasciar perdere la questione-trans (che non costituisce assolutamente un problema pubblico, sebbene sia l’aspetto centrale della vicenda) per dedicare la propria attenzione alla cornice della vicenda stessa. Certamente il favoreggiamento alla prostituzione non costituisce un punto a favore di un politico, ma l’uso abituale di droghe – come ha detto giustamente la transessuale invitata ieri ad Annozero – compromette oggettivamente l’integrità fisica di un individuo, e di conseguenza la responsabilità pubblica che tale individuo – se è un uomo politico – detiene. Essere rappresentati o governati da un puttaniere non va bene; ma esserlo da un tossicodipendente va molto peggio.
Prostituzione e droga, di per sé, sono elementi gravissimi se collegati ad un rappresentante del popolo. Ma il problema nel problema – almeno secondo ciò che è emerso nell’ultima settimana – è un altro ancora, e probabilmente meriterebbe di essere isolato da tutto il resto: il sistema di ricatti, favori, estorsioni, già citato prima.
Se quel meccanismo venisse davvero accertato, occorrerebbe capire chi ha in mano le redini del gioco, e chi può controllare – o influenzare – l’azione politica di qualcun altro mediante il ricatto, o anche solo attraverso una pressione psicologica (magari non esplicita). Occorrerebbe capire se il sistema sia in perfetto equilibrio, o se, viceversa, un piatto della bilancia abbia più peso – e quindi più potere – rispetto all’altro. Il punto, a mio avviso, è importante: perché nel caso esista un perfetto bilanciamento tra le parti, l’effetto domino è un opportunità non troppo aleatoria; nel caso opposto, cambierà poco o nulla: qualcuno cadrà, ma sarà repentinamente sostituito da qualcun’altro dello stesso calibro. Forse un po’ più furbo, e magari un po’ più abile a non farsi immortalare con le mani in pasta.
Sì, più abile e più furbo. Perché la trasparenza, l’integrità e la coerenza dei politici – ormai e sempre di più – devono fare i conti con un fattore inesistente sino a qualche tempo fa: la tecnologia digitale. La facilità di registrare, duplicare e diffondere audio e video (documenti molto più immediati ed “ingombranti” rispetto alle fotografie) è direttamente proporzionale ad un altro elemento che un politico non si può permettere: la vulnerabilità.
E lo chiamarono Bersani
A mio avviso, nessuno dei tre candidati alla Segreteria del Partito Democratico possedeva, singolarmente, i giusti requisiti per cambiare la situazione. Soltanto prendendo un po’ dall’uno e un po’ dall’altro si sarebbe potuti arrivare, con una buona dose di immaginazione, al candidato ideale: operazione ovviamente impossibile, ma non priva di alcuni spunti di ragionamento, magari futuro.
Inutile, ora, scendere nel dettaglio: il dado è tratto, e Bersani è legittimato a guidare il principale Partito d’opposizione sino al prossimo Congresso. Sarà lui a dover dimostrare intelligenza politica e capacità d’azione; sarà lui a dover risolvere le ingombranti questioni interne al Partito; sarà lui a doversi buttare nuovamente nella società civile – quella vera-, capirne i problemi, ascoltarne preoccupazioni e domande, fornire le risposte più adeguate. Un compito sicuramente arduo, di cui solo il tempo ci mostrerà i risultati.

Bersani e Veltroni
Se è vero che il neo Segretario rappresenta una determinata, e non troppo condivisibile, corrente partitica, è vero anche che – stando alle intenzioni – la sua guida dovrebbe consentire al Partito Democratico un piccolo passo indietro sulla questione alleanze esterne. Il punto è cruciale, e Bersani ha in mano un’occasione che non sarebbe opportuno buttare alle ortiche, benché non tutto dipenda direttamente da lui.
In questo senso, la prima tappa è Di Pietro: ultimamente l’ex magistrato è stato in grado di smuovere tante coscienze, di portarle in piazza, di amalgamarle in un unico pacchetto di “valori”. La quantità, in progressiva crescita, di consensi ottenuti dimostra esattamente questo: Di Pietro ha intercettato molto bene la frustrazione, il dissenso, la richiesta politica di una vasta fascia di elettorato; Di Pietro ha costituito il serbatoio principale dei voti di protesta, non solo nei confronti del sistema berluscocentrico, ma di tutto quello berlusconiano (nel quale rientra a pieno titolo anche il PD). Ma la consistente quantità di demagogia, il sistema (stavolta) dipietrocentrico che contraddistingue l’Italia dei Valori, e l’ideologia liberal-conservatrice, sono elementi che non giocano assolutamente a favore di un serio discorso di sinistra, o quantomeno socialdemocratico.
Marrazzo, il suicida
A qualche giorno dalla detonazione, l’odore di bruciato e i mille cocci di incredulità lasciati dalla bomba-Marrazzo sembrano ancora frutto dell’immaginazione, di una fantapolitica allo stato puro. Non è così.
Quel conduttore di Rai Tre, che ha lottato passionalmente dalla parte dell’etica e della giustizia per otto anni, che ha costruito su tali elementi la sua immagine, la sua notorietà e la sua vittoria elettorale, non c’è più. Piero Marrazzo è pubblicamente morto, irrecuperabile.

Piero Marrazzo
Dispiace. Perché, indipendentemente dalla sua azione politica, sembrava una persona seria, equilibrata, ragionevole. Perché nel panorama politico italiano ci sono tanti, troppi personaggi ad aver molti più scheletri nell’armadio. Perché mai come in questo caso le apparenze hanno ingannato. Dispiace perché le colpe di cui si è macchiato il governatore del Lazio sono gravi, civicamente deplorevoli e politicamente inaccettabili. Prostituzione e ricatti – elementi che molto spesso si prendono per mano in casi simili – oltre a minare la credibilità del personaggio, sono sintomi di non-equilibrio che una carica pubblica non si può permettere.
Ridicolo lo stratagemma della sospensione al posto delle più opportune dimissioni (che comunque ci saranno, e di questo bisogna darne atto); vergognoso il comportamento della carta stampata, rea di aver posto l’accento non tanto sul fatto in sé, ma sulle frequentazioni transessuali di Marrazzo.
In Italia si manifesta ancora una volta quell’incapacità di distinguere il pubblico dal privato, e così facendo si sminuisce la reale portata del problema. Marrazzo verrà ricordato non tanto per aver assunto comportamenti lontani dall’etica, ma per l’orientamento sessuale dei suoi incontri. Per tutta felicità del pregiudizio.
Avanti con l’Omofobia
L’affossamento del provvedimento che avrebbe posto l’aggravante per violenza omofobica è un chiaro, e trasversale, atto politico. La prova che il Vaticano interagisce attivamente con il Palazzo italiano è nuovamente tangibile, benché non così esplicita da mettere in crisi la costituzionalità della laicità dello Stato. Questo è il problema principale, la causa di tanti mali italiani. Un problema di cui non si vede soluzione vicina.
Da un punto di vista sociale, il provvedimento sarebbe stato un bel passo in avanti. Non perché avrebbe risolto il problema – sempre più preoccupante ed evidente – dell’omofobia nel nostro Paese; ma in quanto avrebbe costituito un seppur minimo segnale, sia nei confronti del mondo omosessuale, sia – in senso opposto – nei confronti della barbarie culturale che alimenta i malati di omofobia. I veri deviati.
Un segnale che, cosa importante, avrebbe avuto la stessa matrice della discriminazione crescente registrata negli ultimi anni: un segnale politico, un tentativo di invertire le pericolose tendenze create da irragionevoli propagande elettorali, da dichiarazioni assurde, da politiche incomprensibili. Tutti elementi, questi ultimi, che hanno concorso alla creazione di quel clima di intolleranza che tende sempre più a consolidarsi, anche grazie – bisogna ammetterlo – ad una spiccata tendenza “genetica” della società media italiana.
L’arretratezza culturale di un Paese si misura anche da queste cose: dai politici che votano o meno certi provvedimenti, e dai cittadini in sintonia con tali politici. Questo è il fattore più preoccupante. L’omofobia (esattamente come la xenofobia) è una vecchia malattia che trova i suoi anticorpi nella cultura civica di un popolo, nell’istruzione scientifica, nella modernità ideologica. Nell’Italia attuale tali elementi trovano sempre più difficoltà di implementazione, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti coloro dotati di buon senso: anche da quel punto di vista, l’Italia è un Paese malato. E in progressivo regresso.
L’Italia non è più capace di discutere in merito a certe questioni. Da anni il nostro Paese è privo di una opinione pubblica compatta, intelligente, ricettiva; da anni la dottrina conservatrice, in matrimonio con la demagogia politica più volgare, è riuscita a cancellare quella consapevolezza di cittadinanza e di progresso che si era sviluppata, sebbene con i suoi limiti, nei decenni precedenti.
La responsabilità di tutto questo è politica e trasversale. E l’isolamento del nostro Paese dal senso civico internazionale, sempre più evidente e preoccupante, porterà a chiari risvolti negativi. Soprattutto per le generazioni più giovani.
Mio marito non sta bene
Risuona ancora la forte eco delle parole di Veronica Lario di qualche mese fa:
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Ho cercato di aiutare mio marito, ho implorato coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene“.
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Risuona forte perché ormai la situazione è talmente chiara che sarebbe oltremodo ridicolo ostinarsi a pensare il contrario: Berlusconi è pazzo. Berlusconi ha seri problemi mentali, ormai indipendenti dalla sua verve di estremo populismo, dalla sua allergia per la democrazia, dalla sua indiscussa abilità retorica da propaganda elettorale. Berlusconi non sta bene.

8 ottobre 2009 - L'Unità
Qui non si tratta più di criticare e combattere il suo non-pensiero; non si tratta più di vergognarsi per il complicato insieme di disvalori che è riuscito ad installare nel sistema operativo degli italiani; non si tratta più di scandalizzarsi ed indignarsi per il regresso che ha contribuito a portare nel nostro Paese e per la nomea dell’Italia che ha creato all’estero. Il problema è molto più serio.
Le forti dichiarazioni fatte da Berlusconi, in merito alla sentenza della Consulta sul Lodo Alfano, fanno emergere l’immagine di un uomo istericamente instabile, oltre che profondamente antidemocratico. Una conferma di ciò risiede nella prova contraria: basta solamente immaginare le parole di elogio che il Presidente del Consiglio avrebbe rivolto ai giudici in caso di approvazione del Lodo; basta solamente pensare con quale pacatezza avrebbe condito la sua reazione in caso di esito positivo. Ieri si è avuta l’ennesima dimostrazione del fatto che, per Berlusconi, la Giustizia esiste soltanto quando avvantaggia i suoi interessi; e del fatto che, quando ciò non avviene, il Presidente perde definitivamente la bussola. Alla faccia della democrazia e della oggettività delle cose.
Il Pregiudizio della Bandiera
Sui cieli di Roma, in queste ore, pare si stiano addensando dei minacciosi nuvoloni grigi. La massima “chi vivrà, vedrà” sembra calzare molto bene alla situazione: solo prossimamente sapremo se quei nuvoloni si trasformeranno in precipitazione, e solo allora potremo capire l’entità dell’eventuale tempesta.

Piazza del Popolo, Roma - 3 ottobre 2009
Già domani potrebbe esserci il rischio di pioggia: la Corte Costituzionale è chiamata a sentenziare sul Lodo Alfano. Il precedente giuridico del 2004 e la manifesta incostituzionalità della legge dovrebbero indirizzare verso la bocciatura del provvedimento. Ma mai dire mai: la stretta vicinanza tra l’entourage del Primo Ministro e qualche giudice della Consulta, le eventuali considerazioni sulla stabilità politica (comunque prive di fondamento), l’altrettanto eventuale schiaffo morale a Napolitano, e la paura di un probabile accanimento mediatico – da parte di giornali e televisioni vicine a Berlusconi – nei confronti dell’istituzione, potrebbero far virare la nave garantista per antonomasia della nostra Costituzione verso i lidi più torbidi della giurisprudenza. Tuttavia, la sensazione è unica: comunque vada, il Governo rimarrà al suo posto.
Io Non Rispondo
In piena sintonia con il mio post precedente, il piccolo documentario pubblicato da Repubblica.it offre un ulteriore spunto di riflessione.
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