La Marcia su Arcore
Mi vien difficile considerare di buon occhio chi, dopo anni e anni di convinta militanza, si trasforma radicalmente nell’opposto di ciò che era o diceva di essere. È questione di coerenza: qualsiasi individuo può rivalutare certe posizioni, pentirsi degli errori commessi, cambiare prospettiva di osservazione. Ma credo che ci sia un limite. Credo che esistano dei paletti ideologici e dei modelli mentali difficili da superare e cancellare, a prescindere dalla buona o cattiva fede dell’individuo in questione.
Non mi fido dei Gregor Samsa della politica. Non mi fido, perciò, nemmeno di Gianfranco Fini.

Fini e Berlusconi
La graduale inversione di tendenza dell’ex-leader di AN, però, ha avuto dei chiari risvolti positivi. Fini è stato in grado, con lungimiranza e sfidando numerose forze avverse, di sollevare delle questioni di fondamentale importanza all’interno del dibattito italiano e del centrodestra. Un centrodestra che, a causa della sua stessa caratterizzazione interna, non ha però colto o saputo cogliere gli elementi di modernità inseriti dall’attuale Presidente della Camera.
Il progetto finiano, attraverso quella coerente incoerenza di cui si è già detto in passato (qui e qui), è riuscito a smarcarsi dalla pericolosa eredità neofascista, e ad intraprendere un cammino liberaleggiante. Nemmeno i centristi di sinistra vi sono riusciti, nonostante – almeno in teoria – non avessero la zavorra illiberale rappresentata dalla presenza asfissiante di Berlusconi.
Un cammino molto delicato, perché frutto di furbizia politica e di opportunismi strategici: il rischio, ora come non mai, è che Fini rimanga davvero isolato dal resto della maggioranza e da quel legame elettorale che, volente o nolente, gli è vitale. Per giunta, non bisogna dimenticare che Alleanza Nazionale non esiste più, e che il suo ex-leader – se decidesse di abbandonare il PdL o ne fosse ostracizzato – non avrebbe più un partito politico su cui contare.
Inoltre, la sua eventuale fuoriuscita dalla maggioranza parlamentare aprirebbe una sicura crisi di governo, di cui è difficile prevedere le conseguenze. In caso di elezioni anticipate, Berlusconi – appoggiato dal popolo, ma non da alcuni attuali alleati – non potrebbe vincere, e avrebbe dalla sua due possibilità: o seguire le orme dell’amico Craxi e darsi alla latitanza, o affrontare una volta per tutte le sue vicende giudiziarie. Con conseguente rischio di “bomba atomica”, per riprendere le parole private del Presidente della Camera pubblicate ieri.
Certo è che, nel caso in cui Fini riuscisse a portare a termine il suo progetto, il beneficio potrebbe (il condizionale è d’obbligo) anche rinvigorire le file della sinistra e del Partito Democratico. Le idee intelligenti spingono ad un dibattito più acceso e dinamico, a scontri più duri ma più produttivi, e Fini potrebbe diventare davvero la chiave di volta di un nuovo corso politico: la deberlusconizzazione del sistema, a rigor di logica, dovrebbe deberlusconizzare anche l’attuale opposizione PD. Dovrebbe.
Opposizione PD che continua a sguazzare nel suo stato vegetativo. Per Bersani, le parole “intercettate” a Fini, costituiscono solamente “la conferma dei problemi nella maggioranza”. Niente di più.
Se è questa l’alternativa che ci aspetta…
Indifferenti – Antonio Gramsci
-
Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
Antonio Gramsci
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
-Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917
Europa: l’Unione dei potenti
Il Council for Foreign Relations (CFR) è una organizzazione che – ufficialmente – si propone l’analisi e lo studio della politica estera statunitense, del ruolo stesso degli Stati Uniti nel mondo, e dei principali scenari internazionali. Uno dei suoi principali organi di stampa è la famosa rivista Foreign Affairs. Il suo presidente onorario è il novantaquattrenne David Rockfeller. Globalizzazione spinta la sua filosofia portante, controbilanciata però da una sorta di collettivismo oligarchico che ricorda tanto il George Orwell di 1984.
Negli anni Cinquanta del secolo scorso, il CFR ha dato mandato al Principe Bernardo d’Olanda – nazista, collaborazionista del Terzo Reich, nonché padre dell’attuale Regina olandese – di organizzare una conferenza periodica che comprendesse le più importanti personalità politiche, economiche ed industriali statunitensi ed europee. La prima riunione si è tenuta a Oosterbeek, presso l’Hotel de Bilderberg: il gruppo che dall’albergo ha preso il nome – da allora – continua a riunirsi ogni anno, in località sempre diverse. Nonostante la partecipazione di numerosi altolocati (qui la lista dei partecipanti 2009), il contenuto delle varie riunioni è segreto. Pare comunque che le sedute plenarie dei vari incontri prevedano la discussione delle principali questioni politiche, economiche e finanziarie contingenti, ma non l’elaborazione di strategie politiche di più ampia portata: tale ultimo compito spetta allo stesso CFR.
Organizzazione parallela al Gruppo Bilderberg è la Commissione Trilaterale: ispirata e presieduta dallo stesso David Rockfeller, è stata fondata poco dopo lo scandalo Watergate con le stesse finalità del Bilderberg, ma con la partecipazione – al fianco di quelle europee e statunitensi – delle personalità più influenti del Giappone.
Ma veniamo ai giorni nostri. Il braccio di ferro prima, il rimbalzo delle responsabilità poi, hanno caratterizzato la nomina del Presidente dell’Unione Europea e del cosiddetto “Mister PESC”. I nomi si sono rincorsi, le quotazioni sono aumentate e diminuite, e i risultati finali hanno lasciato sul campo parecchi scontenti e malumori. Nel mirino è finita una cena, organizzata dal Gruppo Bilderberg/CFR in data 12 novembre, tenutasi presso il Castello di Hertoginnedal, località vicina a Bruxelles. Pare che la nomina di Herman Van Rompuy – già membro del Bilderberg, nonché della Commissione Trilaterale – sia arrivata proprio in occasione dell’importante banchetto.
E’ da inserire in quest’ottica anche la nomina della baronessa Catherine Asthon a Mrs. PESC; o meglio, l’esclusione abbastanza inaspettata di Massimo D’Alema. Poco credibili le dichiarazioni di Schultz in questa occasione; un po’ più ragionevoli quelle del Governo italiano. Di tale avviso anche Emma Bonino, in passato membro del Bilderberg.
Ragionevole, stavolta, anche la richiesta di chiarezza espressa davanti al Parlamento Europeo da Mario Borghezio. Anche lui, quando mette da parte lo squallore e il razzismo che lo contraddistinguono, è in grado di avanzare delle critiche di spessore. Di seguito il video del suo intervento, datato 11 novembre 2009.
-
-
Speriamo che sia suina
La perdita di fiducia nelle istituzioni, siano esse nazionali o internazionali, sta portando ad una sempre più crescente sfiducia nei confronti della scienza. Anche il mondo scientifico, ormai, viene inquadrato con una lente tutta politica che lo divide in schieramenti, sempre più opposti, sempre più nemici.
Come la politica, sembra che anche la scienza tenda ormai a seguire una strada frastagliata, curvilinea, incoerente. Una strada contraddistinta sempre più, e sempre più spesso, da dettami economici e finanziari. Un fenomeno vecchio, certo, ma reso sempre più visibile dalla globalizzazione delle informazioni e dai fatti di cronaca.
La diatriba internazionale che in queste settimane vede scontrarsi medici, scienziati e tanti altri personaggi più o meno competenti, è stata dominata da un unico elemento: la confusione. Sembra quasi che la questione dell’Influenza A faccia più parte di un’accesa e trasversale campagna elettorale piuttosto che di un serio discorso scientifico, indirizzato all’esclusivo interesse dell’intera umanità.
In uno scenario simile, solo determinati attori possono trarre vantaggi: i detentori di maggiore influenza politica ed economica. Non un buon segno per l’interesse collettivo. Il conseguente squilibrio di visibilità, inoltre, può provocare delle reazioni sproporzionate alla reale portata del problema: il catastrofismo da un lato, e il menefreghismo dall’altro, non risolvono di certo i numerosi enigmi racchiusi nell’intera vicenda.
Razionalmente, il passo più giusto da fare sarebbe quello di trovare un compromesso tra i tanti, troppi punti di vista, partendo essenzialmente dai dati oggettivi e da alcuni precedenti. Ma andare a fondo, selezionando le informazioni più serie e più “scientifiche”, è un lavoro arduo che non merita superficialità, né incompetenza. Tuttavia, come spunto per un ragionamento, segnalo alcuni punti non collegati tra loro (e, probabilmente, nemmeno collegabili): Continua a leggere…
Sotto a chi tocca
Il carnet dei papabili è molto ampio, e questa non può essere una novità. Ciò che appare nuovo, soprattutto dopo il caso Marrazzo, è che nel grande calderone occorre ora inserire anche i più insospettabili, i più “acqua e sapone.” Tutti, e forse anche qualcuno in più, quindi.

Piero Marrazzo
Di conseguenza, il “Tototrans” in corso in queste ore – oltre che inopportuno e abbastanza squallido – è politicamente inutile. Quando (e se) usciranno nuovi nomi e quando (e se) verrà accertata una qualche responsabilità pubblica di tali personaggi, allora si potranno muovere le giuste critiche e avanzare le proprie perplessità, sperando che saranno proporzionate alla funzione pubblica degli interessati. Ma prima che questo avvenga, a chi giova fare nomi? Soltanto al pettegolezzo e alle sempre sveglie malelingue, o c’è davvero in atto un primo cedimento strutturale di quel sistema – fatto di ricatti, favori, estorsioni – tanto paventato da qualcuno in questi ultimi giorni?
Nell’incertezza, la contingenza dovrebbe comunque spingere ad un allargamento del dibattito. Un’opinione pubblica seria, guidata magari da una classe giornalistica altrettanto seria, dovrebbe lasciar perdere la questione-trans (che non costituisce assolutamente un problema pubblico, sebbene sia l’aspetto centrale della vicenda) per dedicare la propria attenzione alla cornice della vicenda stessa. Certamente il favoreggiamento alla prostituzione non costituisce un punto a favore di un politico, ma l’uso abituale di droghe – come ha detto giustamente la transessuale invitata ieri ad Annozero – compromette oggettivamente l’integrità fisica di un individuo, e di conseguenza la responsabilità pubblica che tale individuo – se è un uomo politico – detiene. Essere rappresentati o governati da un puttaniere non va bene; ma esserlo da un tossicodipendente va molto peggio.
Prostituzione e droga, di per sé, sono elementi gravissimi se collegati ad un rappresentante del popolo. Ma il problema nel problema – almeno secondo ciò che è emerso nell’ultima settimana – è un altro ancora, e probabilmente meriterebbe di essere isolato da tutto il resto: il sistema di ricatti, favori, estorsioni, già citato prima.
Se quel meccanismo venisse davvero accertato, occorrerebbe capire chi ha in mano le redini del gioco, e chi può controllare – o influenzare – l’azione politica di qualcun altro mediante il ricatto, o anche solo attraverso una pressione psicologica (magari non esplicita). Occorrerebbe capire se il sistema sia in perfetto equilibrio, o se, viceversa, un piatto della bilancia abbia più peso – e quindi più potere – rispetto all’altro. Il punto, a mio avviso, è importante: perché nel caso esista un perfetto bilanciamento tra le parti, l’effetto domino è un opportunità non troppo aleatoria; nel caso opposto, cambierà poco o nulla: qualcuno cadrà, ma sarà repentinamente sostituito da qualcun’altro dello stesso calibro. Forse un po’ più furbo, e magari un po’ più abile a non farsi immortalare con le mani in pasta.
Sì, più abile e più furbo. Perché la trasparenza, l’integrità e la coerenza dei politici – ormai e sempre di più – devono fare i conti con un fattore inesistente sino a qualche tempo fa: la tecnologia digitale. La facilità di registrare, duplicare e diffondere audio e video (documenti molto più immediati ed “ingombranti” rispetto alle fotografie) è direttamente proporzionale ad un altro elemento che un politico non si può permettere: la vulnerabilità.
E lo chiamarono Bersani
A mio avviso, nessuno dei tre candidati alla Segreteria del Partito Democratico possedeva, singolarmente, i giusti requisiti per cambiare la situazione. Soltanto prendendo un po’ dall’uno e un po’ dall’altro si sarebbe potuti arrivare, con una buona dose di immaginazione, al candidato ideale: operazione ovviamente impossibile, ma non priva di alcuni spunti di ragionamento, magari futuro.
Inutile, ora, scendere nel dettaglio: il dado è tratto, e Bersani è legittimato a guidare il principale Partito d’opposizione sino al prossimo Congresso. Sarà lui a dover dimostrare intelligenza politica e capacità d’azione; sarà lui a dover risolvere le ingombranti questioni interne al Partito; sarà lui a doversi buttare nuovamente nella società civile – quella vera-, capirne i problemi, ascoltarne preoccupazioni e domande, fornire le risposte più adeguate. Un compito sicuramente arduo, di cui solo il tempo ci mostrerà i risultati.

Bersani e Veltroni
Se è vero che il neo Segretario rappresenta una determinata, e non troppo condivisibile, corrente partitica, è vero anche che – stando alle intenzioni – la sua guida dovrebbe consentire al Partito Democratico un piccolo passo indietro sulla questione alleanze esterne. Il punto è cruciale, e Bersani ha in mano un’occasione che non sarebbe opportuno buttare alle ortiche, benché non tutto dipenda direttamente da lui.
In questo senso, la prima tappa è Di Pietro: ultimamente l’ex magistrato è stato in grado di smuovere tante coscienze, di portarle in piazza, di amalgamarle in un unico pacchetto di “valori”. La quantità, in progressiva crescita, di consensi ottenuti dimostra esattamente questo: Di Pietro ha intercettato molto bene la frustrazione, il dissenso, la richiesta politica di una vasta fascia di elettorato; Di Pietro ha costituito il serbatoio principale dei voti di protesta, non solo nei confronti del sistema berluscocentrico, ma di tutto quello berlusconiano (nel quale rientra a pieno titolo anche il PD). Ma la consistente quantità di demagogia, il sistema (stavolta) dipietrocentrico che contraddistingue l’Italia dei Valori, e l’ideologia liberal-conservatrice, sono elementi che non giocano assolutamente a favore di un serio discorso di sinistra, o quantomeno socialdemocratico.
Marrazzo, il suicida
A qualche giorno dalla detonazione, l’odore di bruciato e i mille cocci di incredulità lasciati dalla bomba-Marrazzo sembrano ancora frutto dell’immaginazione, di una fantapolitica allo stato puro. Non è così.
Quel conduttore di Rai Tre, che ha lottato passionalmente dalla parte dell’etica e della giustizia per otto anni, che ha costruito su tali elementi la sua immagine, la sua notorietà e la sua vittoria elettorale, non c’è più. Piero Marrazzo è pubblicamente morto, irrecuperabile.

Piero Marrazzo
Dispiace. Perché, indipendentemente dalla sua azione politica, sembrava una persona seria, equilibrata, ragionevole. Perché nel panorama politico italiano ci sono tanti, troppi personaggi ad aver molti più scheletri nell’armadio. Perché mai come in questo caso le apparenze hanno ingannato. Dispiace perché le colpe di cui si è macchiato il governatore del Lazio sono gravi, civicamente deplorevoli e politicamente inaccettabili. Prostituzione e ricatti – elementi che molto spesso si prendono per mano in casi simili – oltre a minare la credibilità del personaggio, sono sintomi di non-equilibrio che una carica pubblica non si può permettere.
Ridicolo lo stratagemma della sospensione al posto delle più opportune dimissioni (che comunque ci saranno, e di questo bisogna darne atto); vergognoso il comportamento della carta stampata, rea di aver posto l’accento non tanto sul fatto in sé, ma sulle frequentazioni transessuali di Marrazzo.
In Italia si manifesta ancora una volta quell’incapacità di distinguere il pubblico dal privato, e così facendo si sminuisce la reale portata del problema. Marrazzo verrà ricordato non tanto per aver assunto comportamenti lontani dall’etica, ma per l’orientamento sessuale dei suoi incontri. Per tutta felicità del pregiudizio.
Avanti con l’Omofobia
L’affossamento del provvedimento che avrebbe posto l’aggravante per violenza omofobica è un chiaro, e trasversale, atto politico. La prova che il Vaticano interagisce attivamente con il Palazzo italiano è nuovamente tangibile, benché non così esplicita da mettere in crisi la costituzionalità della laicità dello Stato. Questo è il problema principale, la causa di tanti mali italiani. Un problema di cui non si vede soluzione vicina.
Da un punto di vista sociale, il provvedimento sarebbe stato un bel passo in avanti. Non perché avrebbe risolto il problema – sempre più preoccupante ed evidente – dell’omofobia nel nostro Paese; ma in quanto avrebbe costituito un seppur minimo segnale, sia nei confronti del mondo omosessuale, sia – in senso opposto – nei confronti della barbarie culturale che alimenta i malati di omofobia. I veri deviati.
Un segnale che, cosa importante, avrebbe avuto la stessa matrice della discriminazione crescente registrata negli ultimi anni: un segnale politico, un tentativo di invertire le pericolose tendenze create da irragionevoli propagande elettorali, da dichiarazioni assurde, da politiche incomprensibili. Tutti elementi, questi ultimi, che hanno concorso alla creazione di quel clima di intolleranza che tende sempre più a consolidarsi, anche grazie – bisogna ammetterlo – ad una spiccata tendenza “genetica” della società media italiana.
L’arretratezza culturale di un Paese si misura anche da queste cose: dai politici che votano o meno certi provvedimenti, e dai cittadini in sintonia con tali politici. Questo è il fattore più preoccupante. L’omofobia (esattamente come la xenofobia) è una vecchia malattia che trova i suoi anticorpi nella cultura civica di un popolo, nell’istruzione scientifica, nella modernità ideologica. Nell’Italia attuale tali elementi trovano sempre più difficoltà di implementazione, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti coloro dotati di buon senso: anche da quel punto di vista, l’Italia è un Paese malato. E in progressivo regresso.
L’Italia non è più capace di discutere in merito a certe questioni. Da anni il nostro Paese è privo di una opinione pubblica compatta, intelligente, ricettiva; da anni la dottrina conservatrice, in matrimonio con la demagogia politica più volgare, è riuscita a cancellare quella consapevolezza di cittadinanza e di progresso che si era sviluppata, sebbene con i suoi limiti, nei decenni precedenti.
La responsabilità di tutto questo è politica e trasversale. E l’isolamento del nostro Paese dal senso civico internazionale, sempre più evidente e preoccupante, porterà a chiari risvolti negativi. Soprattutto per le generazioni più giovani.



Commenti Recenti